La raccomandazione ai tempi di internet
by Francesco Giusto on April 30th, 2012
Raccomandare deriva dal provenzale ‘recommandar’, composto di re con ufficio intensivo e accomandare, che propriamente significa affidare, e dare in custodia. Pregare altrui di essere favorevole, cioè che voglia avere a cuore e proteggere quello che gli si propone (v. fonte).
In sé quindi non c’è alcuna accezione negativa. Almeno a livello etimologico. Se poi quell’avere a cuore cela un interesse verso qualcosa anziché verso qualcuno, allora cambia il palinsesto. E arriviamo all’idea di raccomandazione che comunemente ognuno di noi ha: cioè favorire in modo particolare – lavorativamente, politicamente, etc. – anche gli inetti, o comunque persone di scarso valore, influenzando vari pubblici. Questo almeno limitatamente al suolo italiano, perché forse un concetto così altrove non esiste, o è affrontato in modo decisamente più trasparente, dando onore al merito più che ad altro.
Ora, il fatto che tutte queste dinamiche sociali si manifestino nella loro natura anche nel web è tanto ineluttabile quanto significativo. Ma come si mostrano?
Arriva da oltreoceano (una coincidenza notevole) l’ormai gettonatissimo LinkedIn, il Social Network in cui gestisci il tuo patrimonio di relazioni professionali: un esempio su tutti dove vigono affidabilità e trasparenza. Un modello orizzontale basato sulle relazioni (lo slogan è Relationships Matter) che permette di connetterci alle persone con cui abbiamo lavorato (colleghi, clienti, partner, fornitori) aggiungendo un’informazione estremamente importante al nostro profilo: la rete cui apparteniamo.

E tutti noi, una volta iscritti su LinkedIn, possiamo chiedere e fornire “raccomandazioni”, che vengono pubblicate nel profilo personale: è quindi possibile vedere – e far vedere a chi legge il nostro profilo – cosa pensa di noi chi ha avuto modo di vederci all’opera.
Ecco la differenza. Non tanto (non solo) fra il modello americano e quello strettamente italiano, ma fra ciò che è web e ciò che non lo è: le raccomandazioni su LinkedIn, o su altri Social dedicati al mondo del lavoro che ignoro, impegnano pubblicamente sia il loro autore sia chi riceve la raccomandazione: il mondo intero può leggerci e verificare immediatamente che una cosa è vera o meno, che un progetto lo si è portato a termine o sia rimasto un’idea brillante. Ciò significa semplicemente: trasparenza, correttezza, democrazia. Un modello di fatto ben diverso da quello radicato in alcuni ambienti dove vige un inossidabile nepotismo.
Sul fatto poi che vi siano delle modalità opinabili o quantomeno buffe per dare/avere una raccomandazione, beh, s’è fatto un breve e divertito elenco:
1) Io te la scrivo perché son sicuro che me la riscrivi;
2) te la chiedo e te ne scrivo una in cambio;
3) mi sento che te la devo scrivere, lo faccio, ma non me ne scrivi una e io comunque ci resto male anche se non volevo che tu me la scrivessi;
4) la chiedi (sei un collega che non stimo particolarmente), te la scrivo proprio perché, poi aspetto che come minimo me la scrivi. E non me la scrivi.
E voi? Avete altre modalità di chiedere/avere raccomandazione? ;-)




